Intervista ad Alessandro Greco

Cosa ne pensi della comunicazione interpersonale, quella di Internet tanto per capirci?
Non l’ho mai provata ma mi sembra un po’ fredda, fa perdere il supporto gestuale e mimico di una conversazione. D’altra parte penso che la comunicazione abbia diverse espressioni: questa permette di ridurre spazi e distanze che nella vita di tutti i giorni sarebbero incolmabili, ed è comunque una finestra sul mondo in una cultura dove è sempre più necessario essere preparati a 360 gradi.

Qual è stata la tua prima esperienza in tv?
Ho fatto la mia prima diretta, su RaiUno, il 25 ottobre 1989: avevo 17 anni, e partecipai al concorso di Castrocaro Terme che allora non era destinato solo ai cantanti ma anche ai giovani cabarettisti, comici e imitatori. Mi premiarono durante la diretta e fu una esperienza vissuta nella più totale incoscienza. Poi c’è stato Stasera mi butto e tutto quello che è venuto dopo.

Cosa ti passa per la mente un attimo prima che si accendano le telecamere?
Non ho sempre un’immagine fissa: spesso mi capita di pensare a un mio amico, uno degli ultimi punti di riferimento a livello di amicizia che mi erano rimasti a Taranto, che è venuto a mancare in un incidente stradale; quando tornavo a casa lo chiamavo e lui mi portava in giro come un turista a vedere tutti i cambiamenti che c’erano stati da quando ero partito. Era una bella amicizia e a volte mi capita di ricordarmelo prima di andare in onda. Altre volte ripenso a persone che mi sono particolarmente vicine, ai miei familiari, a tutti quelli che in questi dieci anni di gavetta mi hanno aiutato a entrare in questo mondo dello spettacolo, oppure faccio mente locale su quello che dovrò dire dopo qualche secondo.

Cosa vedi in tv?

Mi piacciono i film, i programmi di approfondimento come Superquark che riescono a farti rimanere estasiato di fronte a cose che normalmente ti sembrerebbero assurde, oppure i telegiornali e anche i programmi d'intrattenimento: io sono stato spettatore per molti anni e anche oggi cerco di guardare quello che fanno gli altri per capire cosa funziona e cosa non funziona.

Cosa faresti se non lavorassi in tv?
Le possibilità sono due: potrei mettere a frutto l’esperienza acquisita in questi anni di spettacolo in giro per l’Italia e fare il manager o l’agente, lavorando sempre nello spettacolo però dietro le quinte, oppure ultimare la laurea in giurisprudenza, per la quale ora mi manca proprio il tempo, e fare l’avvocato.

Qual è il momento più stressante del tuo lavoro e quale quello più gratificante?
La cosa più stressante sono i tempi morti tra una cosa e l‘altra: finché la macchina è accesa e tutto è in movimento potrei fare anche cinque puntate al giorno, ma quando per qualche ragione bisogna fermarsi mi crolla addosso tutta la tensione e sento all’improvviso tutta la stanchezza accumulata. La cosa più bella invece è il riscontro della gente: ho cominciato a fare tv assiduamente con Furore, ma vengo dalla realtà di piazza, dai locali, da spettacoli in cui faccio il presentatore e magari condisco il tutto con delle imitazioni e non ho perso il contatto con questa mia origine; ti capita di stare sul palcoscenico per due-tre ore di seguito e vedere il ragazzino come la persona anziana che si avvicinano per salutarti o per avere una foto: allora capisci come stai lavorando. La gente oggi sa scegliere, ha il livello sociale e culturale per capire chi merita e chi no.

Allora in tv ti manca proprio questo?
Sì, in televisione tutto questo non lo puoi avere: qui abbiamo cominciato con dei figuranti, ma adesso stiamo invitando dei gruppi di pubblico vero e l’atmosfera è completamente diversa; finite le puntate mi fermo in studio per gli autografi, le foto, ed è uno scambio vero: i figuranti sono mascherati, vengono per lavorare, applaudono, ma non hanno mai la stessa partecipazione della signora Pina di Potenza che si ritrova per la prima volta in uno studio televisivo e vede il personaggio da vicino, vede come si costruisce il programma.

Quale è il modello a cui ti ispiri, se ne hai uno?
Guardando tv e varietà ho cercato di estrapolare da spettatore quello che secondo me era l’aspetto preminente di colleghi più illustri, come la grandissima ironia di Corrado, l’esplosività di Bonolis, l’indiscutibile professionalità di Baudo: ho cercato di farne tesoro ed elaborare un mio stile; fortunatamente mi dicono che non sono riconducibile a nessuno.

Quando eri bambino, cosa sognavi di diventare?
Quello che sono. A quindici anni, quando ho cominciato a fare le prime imitazioni, ero affascinato dall’idea di fare il presentatore; andai da un impresario, che è lo stesso di oggi, e la sua risposta fu: "A ragazzì, dove vai? Hai quindici anni! Sai fare le imitazioni? Lavoriamo su questo e se è destino che devi realizzare il tuo sogno ci arriverai comunque." Abbiamo creduto nella validità di un progetto, l’abbiamo portato avanti dividendoci il letto, il cibo e le mille lire, e alla fine ce l’abbiamo fatta.

Ti ricordi quale è stata la prima volta che hai pensato cosa volevi diventare?
Ho cominciato con gli amici, i parenti, a scuola, vedevo che ridevano e mi sono chiesto se un pubblico sconosciuto avrebbe reagito allo stesso modo. Secondo me nelle generazioni venute dopo la mia questo è un elemento che manca, vedo ragazzi che non sanno cosa chiedere o cosa aspettarsi dalla vita: hanno già tutto, e non hanno una meta da raggiungere per la quale impegnarsi con tutte le proprie forze. Io volevo andare a Roma, il centro del teatro, della tv e dello spettacolo, ma non ho chiesto niente ai miei genitori, sono andato avanti da solo, lavorando. Ci sono stati anche periodi difficili in cui non c’erano serate ma l’affitto era da pagare: ma proprio questi momenti ti forgiano e ti permettono di essere all’altezza delle occasioni determinanti della vita. Quando mi chiamarono per il provino per Furore c’erano personaggi molto più affermati di me: avrei potuto scoraggiarmi e andarmene, invece ho insistito e ho fatto bene.

Hai mai pensato di mollare tutto e cambiare vita?
No. Ci sono stati momenti in cui ho visto il fondo molto da vicino, in cui giravo a vuoto, e allora dormivo per giornate intere e facevo tardi con gli amici per non pensare e fuggire dalla realtà; ma è in questi casi che devi avere lo scatto di reni per tornare a galla.

Qual è il tuo progetto più ambizioso?
E’ sempre stato il Festival di Sanremo, che ho sperimentato in piccolo partecipando a un’infinità di concorsi canori compreso quello di Castrocaro Terme che ho vinto nell’89, ho rifatto nel ‘93 e ho condotto nel ‘94. Però all’Ariston arriva solo chi ha lo spessore per portare avanti una diretta di 2-3 ore e trascinare veramente il pubblico.

Ti è mai capitato quando sei in video di pensare che magari in quel momento qualcuno si stia innamorando di te?
Mentre sono in video non ci penso, ma guardando la telecamera cerco di esprimere qualcosa, di essere il più possibile me stesso e di fare tutto con calore e comunicativa: questo può piacere e, successivamente, può far scattare l'innamoramento: le lettere lo dimostrano. Mi fa piacere, anche perché i riscontri sono molto espliciti: o ti arrivano dichiarazioni d’amore o dichiarazioni tendenti al fisico, senza vie di mezzo. Una volta mi ha scritto anche un ragazzo…

Credi di incarnare un modello di riferimento come giovane della tua generazione: rifuggi l’ambiguità, sei credente, affronti la vita con il sorriso sulle labbra?
Sono un ottimista, e credo di essere una persona estremamente tranquilla e serena e la serenità è riconducibile al sorriso; se mi innervosisco cerco di contare fino a dieci, anche l’arrabbiatura va presa per il verso giusto. Sono molto credente e in ogni cosa che faccio sento una presenza costante che può essere quella di Dio o quella di Padre Pio, come dichiaravo spesso prima di accorgermi che si stava speculando troppo su questo argomento, andando al di là del significato che questa figura ha per me. Sono molto quadrato, anche a livello psicologico. Un modello di riferimento? Spero di sì, sia per quei giovani che operano nel mio stesso settore sia per quelli che cercano una strada diversa e che devono imparare ad impegnarsi per ottenere quello per cui sono nati.

Quanto conta, e quanto ci conti, sul tuo sorriso?
Non è che ogni volta che sorrido me ne renda conto, è un atteggiamento spontaneo, un’espressione di quello che sto provando e che sono in realtà; se usi il sorriso come uno strumento diventa finto, televisivo, costruito a tavolino.

La tua capacità di tenere testa a qualsiasi situazione, è una dote innata o acquisita con l’esperienza?
Tutte e due. Ho sempre avuto molta personalità, e nella comitiva ero inevitabilmente uno che tendeva ad emergere. A livello professionale è acquisita con l’esperienza, con questa lunga militanza con le serate, lavorando nelle piazze e nei locali ti trovi ad affrontare situazioni diverse senza avere dietro uno staff che ti assista. Sei tu sul palcoscenico e il pubblico davanti a te, e devi anche sapere riempire i vuoti. L’esperienza nasce anche da lì.

C’è un modo col quale i tuoi ammiratori possono contattarti?
Telefonando allo 06/3722459.

Qual è il tuo film preferito?
Revenge, con Kevin Kostner.

Qual è il tuo libro preferito?
Il Gabbiano Jonathan Livingston.

Per che squadra tifi?
La Juve.

Fai vacanze?
Poche. Ho girato tutta l’Italia ma ho visto solo alberghi, locali e piazze. Non ho mai fatto una settimana bianca o una vacanza al mare perché i periodi di vacanza degli altri per me erano i più proficui a livello lavorativo. Sono stato due volte all’estero: la prima avevo quattro anni e non mi ricordo nulla, la seconda, in Grecia, alla gita di fine anno. Se dovessi andare in vacanza, girerei l’Italia, prima di andare all’estero.

La tua donna ideale?
Bellezza mediterranea, espressiva, solare, carnagione scura e capelli corvini, sul genere di Sabrina Ferilli. Mi piacciono i contenuti…

I tuoi piatti preferiti?
I primi, che so cucinare discretamente. Ogni tanto mi riunisco con gli amici, io penso al primo e loro al resto; il piatto che preferisco cucinare si può fare con farfalle, fettuccine o pappardelle ed è un sughetto, molto leggero, di panna, funghi, piselli e pancetta.

intervista del 31 ottobre 1997


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