Enzo Biagi intervista Monsignor Cesare Mazzolari

Biagi: perché un prete fa le scelte del missionario?
Mazzolari: penso sia un dono che si possiede già e che si combina alla bontà, alla compassione. Mio padre portava il cibo ai prigionieri e ai rifugiati di guerra. Credo mi abbia trasmesso il sentimento della compassione, l'amore per la gente che soffre. Mia madre, poi, ha contribuito con la sua grande fede.

Mons. Cesare Mazzolari  Mons. Cesare Mazzolari e Enzo Biagi

Biagi: davvero tutti gli uomini sono fratelli?
Mazzolari: credo di si, ma forse questo mondo l'ha un po' dimenticato. Probabilmente perché non conosciamo i nostri fratelli, la televisione ce li fa apparire oggi e sparire domani. Perdiamo forse un po' d'affetto l'un per l'altro.

Biagi: il ragazzino nero di Cincinnati e il ragazzino nero del Sudan, partecipano della stessa avventura?
Mazzolari: no. L'avventura del ragazzo americano nero è una oppressione razzista, anche oggi soffre di essere lasciato da parte per via del suo colore. Questo non esiste in Africa, qui siamo tutti uguali, guardano in su quando vedono un bianco, ma non si sentono inferiori a noi.

Biagi: come funziona questo mercato?
Mazzolari: non è un mercato aperto, va scoperto nelle scuole coraniche, dove imprigionano i bambini per sei anni perché imparino il Corano, oppure nei rifugi, qualche volta sotterranei, o ancora nei centri in cui vengono venduti, come Karthoum (capitale del Sudan, n.d.r) o l'Arabia Saudita. Qui nella mia diocesi ci sono ex schiavi, persone rilasciate, fuggite o riscattate. Il riscatto deve avvenire attraverso uno di loro, un mercante arabo, e con la nostra moneta: 50 $ per le femmine, 100 per i maschi. Non è una cosa che posso fare di persona.

Biagi: qual è il destino delle creature considerate merce?
Mazzolari: infelice. Molti diventano sguatteri, altri schiavi e fanno i lavori più indecenti. Altri ancora diventano servi un po' più onorati, le donne settime o ottave mogli di questi ricchi arabi. La maggior parte finisce molto male: sono abbandonati, senza niente, la società li rifiuta e rimangono profondamente infelici.

Biagi: lei ha liberato 150 ragazzi destinati alla vendita, che storie avevano?
Mazzolari: storie lunghe otto, nove anni durante i quali erano stati indottrinati e poi sottomessi a torture, a flagellazioni con cui il padrone faceva capire l'odio per "l'infedele". Siamo riusciti a riportarli alle loro famiglie ed è passato parecchio tempo perché si rimettessero in salute. Le ferite che li hanno traumatizzati, invece, restano per tutta la vita.

Biagi: nella Bibbia si parla degli anni delle vacche grasse e delle vacche magre, cosa significa qui la carestia?
Mazzolari: la carestia è spietata. Lo scorso anno è stato il peggiore e prevediamo che questo sia uguale. Il numero delle persone che è attanagliato dalla fame è immenso e molte volte non possiamo raggiungerli. Tanti altri arrivano da lontano, ma non trovano più cibo perché è stato distribuito tutto e per 20, 30 giorni non ne avranno. Significa abbandono, malattie, morte e, per noi, sentirsi incapaci di combattere una piaga enorme. Li vediamo là, oltre il cancello... La nostra presenza è comunque speranza, loro sanno che finché resteremo qui, verrà ancora cibo, ci sarà ancora qualcosa.

Biagi: Monsignore, per concludere le faccio la stessa domanda che feci a un missionario del Rio Grande, Padre Gianola, che non c'è più: lei è felice?
Mazzolari: sono molto felice. Ho promesso alla mia gente che morirò in Sudan perché, soprattutto dopo la mia ordinazione episcopale, sono uno di loro. Come fece il fondatore della mia Missione, non lascerò più questo Paese. Lo farò solo per andare a portare la loro voce, per chiedere aiuti e per cercare altri missionari. La mia patria è il Sudan e io sono felice.



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